News da Canon - Il fotografo professionista della settimana: Francesco Cito

News da Canon - Il fotografo professionista della settimana: Francesco Cito
Di: admin Pubblicato In: News Data creazione: 2014-09-30 Hits: 921

Il racconto, innanzitutto

Francesco Cito sognava l’avventura, sin da ragazzo. Lo faceva davanti all’Epoca di Bonatti, ma forse anche guardando fuori dalla finestra: sovra pensiero...

Il racconto, innanzitutto

Francesco Cito sognava l’avventura, sin da ragazzo. Lo faceva davanti all’Epoca di Bonatti, ma forse anche guardando fuori dalla finestra: sovra pensiero. E allora probabilmente già sapeva, che sarebbe partito: senza una scusa, tralasciando promesse, dimenticando rivalse o desideri sommersi. Francesco era già un reporter: prima, senza quella fotocamera che più tardi sarebbe diventata un mezzo per comprendere. Trovarlo, nel ’70, in Inghilterra non ci sorprende. Ma Londra lo educa senza cambiarlo; gli offre la fotografia, le tendenze, una lingua, qualche promessa luccicante, una risposta alla solitudine. Per lui non vale, non serve, non basta; meglio tornare a Milano, in Italia: se non altro per viaggiare di continuo, dando spazio al passo e alle idee. Poi, si parte ancora: ecco l’Afghanistan, la Palestina; e anche Libano, Pakistan, Iran, Kuwait, Arabia Saudita. Sono le “piazze” del mondo, tutte da camminare prendendole col pensiero, con la voglia di tornare.

E allora: dove sta andando Francesco oggi? Ci piacerebbe rispondere che quel ragazzo sogna ancora l’avventura, ma là fuori la vita è diversa e il nostro l’ha capito. Preferiamo pensare che rimanga là dove è sempre stato: sopra alle false tendenze, alle mode, alle scorciatoie intellettuali. Lui voleva raccontare anche quando leggeva Epoca, perché si trovava al di sopra o di lato, certo non nella mischia chiassosa di un’opinione che cresceva un tanto al chilo.
Tutto ciò è già tanto, molto; e forse questa è la ragione per la quale non si dice mai come la sua fotografia sia anche poetica, ecclettica, formalmente ricca, poliglotta per linguaggio e tematiche.

Lasciamo Francesco laddove è voluto stare. Rendiamoci conto che lui è il migliore fotogiornalista italiano, perché ha l’istinto del fatto, la passione del racconto, la capacità di far passare attraverso le immagini, con forza di sintesi e rigore visivo, l’essenziale delle cose. Non siamo noi a pronunciare queste parole, ma Ferdinando Scianna. Per quel che ci riguarda, siamo certi che se partirà ancora, lo farà per noi: per tutti; e racconterà come vocazione, con lo spirito di chi non ha mai desiderato altro.

Francesco Cito. Bosnia
___________________

D] Francesco, quando hai iniziato a fotografare? E perché?

R] Professionalmente nel ’75. Fotografare era ciò che desideravo fare. Da ragazzino leggevo Epoca e mi appassionavo alle storie di Walter Bonatti. Non sapevo chi fosse, ma riusciva a trasferirmi l’avventura. Da adulto avrei capito come le cose fossero differenti rispetto a quanto avevo immaginato.

D] Quando hai incontrato la fotografia per la prima volta?

R] Tutto è iniziato in Inghilterra, a Londra. Mi ero recato là nel ’72, finito il servizio militare. Volevo frequentare una scuola alla quale non m’iscrissi neanche: costava troppo e in più era accessibile solo a livello universitario. Avevo comunque compiuto un passo importante della mia vita.

Francesco Cito. Afghanistan
______________________

D] Come giudichi oggi la tua parentesi londinese?

R] Simpatica e produttiva. Stiamo parlando della Londra degli anni ’70: fantastica per contenuti e tendenze; ed io la stavo affrontando senza sapere una parola d’inglese. Dopo tre, quattro giorni di soggiorno ero lavapiatti, poi aiuto cuoco; in seguito ho fatto il facchino da Harrods e il cameriere al Pud House Club (dove volevo incontrare Guccione). Sono finito anche in un Night Club, ma la cosa importante è stata l’acquisto della prima fotocamera: una F2 con un 24 mm; con questa avevo iniziato a fotografare, a occhio, quasi d’istinto.

D] La passione era comunque tanta …

R] La stessa che vivo ancora oggi: indispensabile per iniziare e continuare in questo lavoro.

D] Poi il primo fatto di cronaca, dico male?

R] Sì, l’assedio della Spaghetti House: con la polizia al di fuori di un ristorante e all’interno i camerieri presi in ostaggio da dei rapinatori. Si tratta di un episodio noto in Inghilterra, dal quale è stato tratto anche un film (Nino Manfredi ne era un attore). In effetti si trattava del mio primo caso di cronaca, dopo tanti scatti di natura amatoriale in giro per la città.

D] Com’è finita la storia dell’assedio?

R] Feci delle buone foto, ma non sapevo come muovermi. In pratica mi sono tenuto il lavoro, anche se ero stato l’unico a documentare l’uscita dei rapinatori. Un portavoce della polizia radunava periodicamente fotografi e giornalisti in una sede stabilita, questo per aggiornare tutti sullo stato delle cose; una sera capii che qualcosa stava accadendo e ritrassi l’uscita della banda. Qualche anno dopo, tramite un amico giornalista, mi chiesero le foto per la scenografia del film con Manfredi. Non chiesi nulla, orgoglioso del fatto che si potesse parlare delle mie immagini. Non mi sono più tornate indietro.

Francesco Cito, Niamey
___________________

D] Intanto come proseguiva la tua vita londinese?

R] Lavoravo sempre al Night Club, di notte ovviamente: così durante il giorno potevo dedicarmi alla fotografia. Una sera conobbi un signore simpatico che si interessò a me. Mi chiese cosa volessi fare, e io gli parlai della fotografia. Volle vedere le mie immagini; dopo mi porse un biglietto da visita: “Vieni da me domani”, disse, “Ti faccio lavorare”. Era il direttore di TV Times. Il magazine aveva un supplemento che si occupava di accadimenti musicali. Mi prese con lui, così ebbi l’opportunità di ritrarre tutte le personalità del momento: i Rolling Stones, Eric Clapton e via dicendo. Non che la cosa m’interessasse molto, però rappresentava una scuola importante: per vivere una redazione e comprendere quali fossero le esigenze di un giornale (le doppie pagine, lo spazio per i titoli, gli aspetti dell’impaginazione, la costruzione di un racconto).

D] Come hai curato la tua formazione?

R] Tramite la strada. Non ho mai frequentato una scuola.

D] Hai avuto degli elementi ispiratori?

R] In gioventù. Di Bonatti ed Epoca ti ho già parlato, ma mi capitava di leggere anche qualche rivista di fotografia. Non posso comunque dire di aver sposato un modello, così come non devo molto alla carta stampata, almeno ai sensi della formazione. La mia vera fonte di apprendimento è stata il cinema, sin da ragazzino. Delle varie scene coglievo l’inquadratura, l’uso della focale, l’obiettivo utilizzato. Gli altri fotografi? Conoscenze occasionali, alle volte amici. Potrei dirti di Richard Young, Romano Cagnoni, Stefano Archetti; tutte persone che ho visto scorrere di fianco a me quasi per caso. I mostri sacri li ho guardati dopo, più avanti nel tempo. Il fotografo che prediligo rimane Eugene Smith. Mi dissero che avevo iniziato a fotografare quando lui stava smettendo, e questo mi fece piacere. Parlarono poi di un’emozione simile nel guardare le mie e le sue immagini, e anche qui fu orgoglio. “Le tue immagini sono più da leggere”, aggiunsero. Non potevo chiedere di più.

Francesco Cito. “In marcia”, Afghanistan
__________________________________

D] Da ragazzino sognavi l’avventura: prevaleva questa o la fotografia?

R] Il sogno da piccolo era l’avventura e la fotografia ne rappresentava il tramite. Col tempo compresi come stessero realmente le cose, così la fotografia si è trasformata in un bisogno di conoscere: con la presenza fisica, col mio prodigarmi laddove le notizie prendevano corpo. Si è trattato di una questione di verità: giornalistica, ma non solo.

D] C’è stato un momento nel quale ti sei detto: “Ce l’ho fatta?”.

R] Sì, quando il Sunday Times mi ha offerto una commissione. L’ambiente dove lavoravo era poco attrattivo per me: bello, per carità; con anche una presenza femminile ragguardevole. La musica però non era nelle mie corde. Io cercavo delle storie da raccontare, con quella voglia di “Epoca” che mi portavo dietro sin da ragazzo. Un giorno mi sono armato di coraggio (e consapevolezza) e ho chiamato l’editor del Sunday. Mi hanno ricevuto, chiedendomi subito delle referenze. Io ho parlato dell’Italia, dei suoi settimanali. Loro avevano letto dello sciopero dei contrabbandieri di sigarette a Napoli, ipotizzando uno scenario tipo “Ieri, oggi, domani”, il film con Sophia Loren. Io spiegai che la situazione era diversa e loro si appassionarono di più, soprattutto quando gli descrissi il sistema, l’organizzazione. Col corrispondente non se ne fece nulla, ma io proposi di affrontare il servizio da solo. E così fu.

D] Tutto bene, quindi?

R] Andai a Napoli, ma subito mi resi conto come il servizio non sarebbe stato così semplice. Mi trovai di fronte a una realtà complessa e difficile. Alla fine, però, ho portato a casa il lavoro.

Francesco Cito. Gaza
_________________

D] Ad un certo punto il periodo londinese finisce. Dopo?

R] Dopo dieci anni di Inghilterra mi sono ritrovato in Italia. Era l’84 e avevo appena perso mio padre. Inizia la mia collaborazione con Epoca, un periodico dalla veste ridisegnata. Tra una storia e l’altra, mi sono fermato a Milano. Non ne ero felice, anche perché avrei preferito Parigi o New York. Nella grande mela avrei potuto riiniziare tutto da capo, con stimoli rinnovati.

D] Fosti costretto a rimanere in Italia?

R] Diciamo che mi sono poggiato troppo sugli allori. Epoca (diretta da Gregoretti) pubblicava servizi stupendi (dieci o anche sedici pagine); poi sono subentrati anche gli altri settimanali, tipo Venerdì di Repubblica. Venivi sempre mandato da qualche parte e questo mi esaltava. Non ho rimpianti, ma nessuno mi ha costretto a rimanere qui.

D] Una piccola sosta durante il tuo racconto: B/N o colore?

R] E’ un aspetto che va chiarito. Tutti i miei inizi sono stati a colori: il contrabbando di sigarette, la musica leggera. I concerti li ritraevo in DIA. Quando era possibile, scattavo in Kodachrome: com’è successo in Afghanistan, quando ne ho usati ventiquattro rullini in tre mesi (un’inezia rispetto ai click di oggi). Il B/N è venuto dopo e oggi lo preferisco, pur non disdegnando il colore.

D] C’è, tra le tue, un’immagine alla quale sei particolarmente affezionato?

R] Come si dice a Napoli, i figli sono pezzi di cuore. Questo per dirti che ogni fotografia è una mia creatura. Ovviamente qualche scatto lo sento più vicino: non tanto per il contenuto, bensì per i ricordi e le suggestioni che si porta dietro.

Francesco Cito. Guerra del Golfo
_________________________

D] Torniamo alla tua storia: sei poi riuscito a trovare l’avventura? Quella che desideravi da ragazzo?

R] La prima l’ho trovata in Afghanistan, durante l’invasione sovietica; è stata anche pericolosa, perché viaggiavo da clandestino. Ho percorso mille e duecento Chilometri a piedi! Nulla a che vedere, però, con i sogni infantili: non si trattava di un gioco.

D] Quando si parla di te viene sempre fuori l’etichetta di “fotografo di guerra”, perché?

R] E’ un cliché che mi porto dietro. A Gente Viaggi mi hanno anche detto che faccio delle foto dure. Pensavo che l’aver portato a termine un lavoro come quello dei matrimoni napoletani potesse stemprare quell’immagine che molti hanno di me. Io mi sento eclettico e nel tempo ho svolto temi di tutti i generi (vedi la copertina a colori di Drive In). Certo, se mi chiedi cosa preferisco, io ti rispondo Afghanistan o Palestina.

D] Personalmente vedo tanta poesia nelle tue immagini, anche in quelle più dure …

R] Quando scattiamo fotografie tutti trasmettiamo il nostro carattere.

D] Tu fotografi anche per capire, al fine di conoscere: questo ti colloca sopra le parti?

R] No, è impossibile; a un certo punto tutti facciamo delle scelte di campo.

D] Palestina, Afghanistan, Libano, Pakistan, Iran, Kuwait, Arabia Saudita; tu hai partecipato a tutta la storia del nostro tempo. C’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Tutti sono progetti incompleti, perché ci sono storie che non finiranno mai. La Palestina è una di queste.

D] Hai qualche rimpianto, quindi?

R] Tanti, soprattutto relativi agli ultimi tempi. Sono stato tra i primi ad andare in Afghanistan, poi non c’ero quando avrei dovuto esserci.

Napoli 1994 - La sposa e la sorella
____________________________

D] Tecnicamente qual è la tua focale preferita?

R] Lavoro molto col grandangolo, da sempre. Ho iniziato la carriera con un 24 mm.

D] Ti piace stare nell’azione?

R] Non amo stare fuori dal contesto. Quando fotografo, voglio che il soggetto abbia la consapevolezza della mia presenza.

D] La tua suona quasi come una dichiarazione …

R] Io sono tra quelli che non fotografa subito, soprattutto se non conosco i contesti. Desidero poi essere accettato: è importante.

D] E’ così che si ottengono belle foto? Conoscendo i contesti? Facendosi accettare?

R] La foto ti deve emozionare: non è una questione di estetica. Ottengo una bella immagine se ritraggo il Vesuvio.

D] L’essere italiano, e di Napoli, ti ha aiutato nella tua carriera?

R] Probabilmente, sì. In Afghanistan mi è venuta incontro la gestualità di casa nostra. Io però non so se sono realmente napoletano.

Francesco Cito. Siena 1998. La vittoria della contrada del Nicchio al Palio del 16 Agosto
______________________________________________________

D] Qualche rimpianto per la pellicola?

R] La uso ancora. In Marzo ero in Puglia, e ho lavorato sulla Settimana Santa utilizzando l’analogico. In ogni caso, ci sono evoluzioni che vanno accettate. Quando ho iniziato a fotografare esisteva già la reflex; cinquant’anni prima si utilizzava la “cassetta”: anche a quei tempi, quindi, c’è stato un cambiamento. Ma il punto cardine non sta nello strumento, bensì nel modo col quale viene utilizzato. Probabilmente il digitale ci fa riflettere di meno (anche perché scattiamo di più); e poi, mentre lavorano, in molti hanno già in mente Photoshop. Per dirla tutta, la fotografia si scatta in testa, non con la fotocamera.

D] Fotograficamente come ti definiresti?

R] Reporter o fotogiornalista; perché è in quell’ambito che ho sempre lavorato.

D] Qual è la qualità più importante per un fotografo come te?

R] Quella giornalistica in senso stretto. Occorre conoscere la realtà a fondo; in caso contrario, meglio non fotografare.

D] Potessi scegliere, cosa scatteresti domani?

R] L’Afghanistan, senza ombra di dubbio.

D] Perché?

R] Vorrei rivedere i posti dove sono stato già due volte (1980, 1998). M’interessa sapere cosa sta accadendo realmente.

D] Ci si può affezionare a posti dove si va per lavoro, uno come il tuo poi?

R] Ci sono luoghi dove non potrei non andare: la Palestina è uno di questi. Poi, mi sento molto legato alla Sardegna (forse la mia patria), ed anche a Siena (probabilmente la mia città). Ormai sono diventato un contradaiolo con la fotocamera in mano; del resto ho più amici in Toscana che a Milano.

D] La scelta di Siena è strana …

R] Perché non si è trattato di una scelta. Me l’hanno chiesto in molti: “Cosa ci fa un napoletano a Siena”. Io ho risposto sempre: “Cercavo un manicomio e là l’ho trovato”. Sta di fatto che giro il mondo col fazzoletto del Nicchio al collo.

D] Il Palio ti ha dato la vittoria al World Press Photo …

R] La cosa non mi eccita: ho vinto dove non avrei voluto, e per due volte (il Palio, i matrimoni napoletani). In entrambi i casi avevo spedito anche altri due lavori, più vicini alla mia attività (uno sulla Palestina). Non c’è stato verso.

D] L’atmosfera di un concorso importante ci porta all’ultima domanda: potessi farti un augurio da solo, cosa ti diresti?

R] Sarebbe meglio augurarsi la vittoria della lotteria, visti i tempi che corrono. In realtà vorrei continuare a divertirmi. Mi sento molto legato all’editoria, presso la quale ho lavorato con interesse. La motivazione nasceva dalla felicità, dal divertimento appunto. Oggi quest’ultimo rischia di mancare.

Canon Italia